Jean-Marie Straub: la summa del cinema

martedì 23 novembre 2010

Cineteca Nazionale – Sala Trevi

vicolo del Puttarello, 25 – Roma


O somma luce che tanto ti levi

da’ concetti mortali, a la mia mente

ripresta un poco di quel che parevi,

e fa la lingua mia tanto possente,

ch’una favilla sol de la tua gloria

possa lasciare a la futura gente;

ché, per tornare alquanto a mia memoria

e per sonare un poco in questi versi,

più si conceperà di tua vittoria.

(Dante, Paradiso Canto XXXIII)

 

Non cercatele le vacche nere nella cupa notte abissale ostante; hanno rubato e distrutto anche quelle. In questa tabula rasa, desertificazione scientificamente perpetrata del vivente, non solo dell’umano, Jean-Marie Straub continua con ostinazione ad “accendere fuochi” che illuminano e riscaldano chi li accosta. Inquadratura, suono, testo, montaggio “semplicemente” cinema, al suo potenziale più alto; luce somma, summa onesta di un’arte in cui “si cerca di trovare il punto di vista giusto (il più giusto), l’altezza giusta, la proporzione giusta tra cielo e terra, in modo da poter effettuare delle panoramiche senza dover cambiare la linea dell’orizzonte”. Per questo, e in questo, continuiamo e continueremo a proiettare i film di Jean-Marie Straub, nella loro interezza, nel continuo ritorno dell’irripetibile che rende sublime la vita su questo pianeta.

Rassegna a cura di Boudu* e Fulvio Baglivi

ore 17.00

Trop Tot, Trop Tard (Troppo presto, Troppo tardi, 1980)

Regia: Jean-Marie Straub, Danièle Huillet; testo: una lettera di Friedrich Engels a Karl Kautsky e un brano della postfazione di Luttes de classe en Egypte di Mahmoud Hussein; fotografia: William Lubtchansky, Caroline Champetier (in Francia), Robert Alazraki e Marguerite Perlado (in Egitto); suono: Louis Hochet, Manfred Blank; montaggio: J. M. Straub, D. Huillet; voci: D. Huillet (prima parte), Bhagat el Nadi (seconda parte); origine: Francia/Egitto; produzione: Straub/Huillet; riprese: due settimane in Francia (giugno 1980), tre settimane in Egitto (giugno 1980); durata: 100’

«Vengono mostrati molti teatri dell’oppressione, della ribellione, si ascoltano i rumori del presente, viene raccontata la storia di classe della Francia nei mesi che precedettero il 1789 con le parole di Friedrich Engels e una voce di donna (la mia!, in tedesco con accento francese, affinché esista un legame con i paesaggi e i nomi), e poi, da una voce d’uomo con accento arabo, la storia delle lotte contadine in Egitto e della liberazione dai colonizzatori occidentali, ma non dell’oppressione di classe nel proprio paese. Differenze tra tempo storico e tempo “eterno” (!), ciò che è uguale, ciò che è completamente diverso, dove lo spazio diviene tempo (ciò che appartiene alla storia, ma è anche l’“essenza” della cinematografia), fin dove si possa procedere nell’analisi con strumenti precisi come macchina da presa e nagra, che però non sono mai precisi abbastanza e tuttavia molto più precisi dei nostri sensi: anche questo deve trovare in qualche modo “espressione” in questo film» (Huillet).

Copia proveniente dalla Cineteca di Bologna

 

ore 19.00

Corneille-Brecht ou “Rome, l’unique objet de mon ressentiment!” (2009)

Regia: Jean-Marie Straub; collaborazione alla regia: Cornelia Geiser, Christophe Clavert, Jean-Claude Rousseau, Barbara Ulrich; testi: Othon Orazio di Pierre Corneille, Das Verhör des Lukullus (La condanna di Lucullo) di Berthold Brecht; fotografia: Christophe Clavert; suono: C. Clavert; montaggio: Jean-Marie Straub; interpreti: Cornelia Geiser; origine: Francia; produzione: Straub-Huillet; durata (complessiva): 80’ (versione A, B, C)

Due brevi brani da Orazio e da Othon di Corneille e un lungo estratto da Das Verhör des Lukullus di Bertold Brecht, una pièce radiofonica del 1939. Un regolamento di conti con Roma e una folgorante proposta di lavoro sul testo. Di questo film esistono tre versioni, montate in tre modi diversi. Vederle insieme consente di cogliere con maggior precisione ciò che si può ottenere rendendo un testo strano ed estraneo, vale a dire sottraendolo alla prossimità del familiare. Jean-Marie Straub ci consegna un supremo “Lehrstück” sul famoso “straniamento” brechtiano, con un’attrice franco-tedesca, Cornelia Geiser, che da sola è capace di interpretare tutte le voci di questa partitura.

Copia proveniente da Pierre Grise Productions (Paris); ingresso gratuito

v.o., sott. ingl.


ore 20.30

O Somma luce (2009)

Regia: Jean-Marie Straub; testo: Dante Alighieri Canto XXXIII del Paradiso VV. 67-145; fotografia: Renato Berta; suono: Juan-Pierre Duret; montaggio: Jean-Marie Straub; interpreti: Giorgio Passerone; origine: Italia/Francia; produzione: Straub-Huillet, Martine Marignac, Pierre Grise Productions; durata: 18’ (due versioni)

«La fine del paradiso terrestre» (Straub).

Copia proveniente da Pierre Grise Productions (Paris); ingresso gratuito

Versi Tribellini

Versi Tribellini

venerdì 19 novembre 2010
ore 20:00 aperitivo / ore 21:00 spettacolo
Officina Culturale Via Libera
via dei Furi, 27 (metro Quadraro – Porta Furba)

*

martedì 23 novembre 2010
ore 21:30 per la rassegna Teatreria
Hula Hoop Club
via L.F. De Magistris, 91-93 (Pigneto)

Passeggiata romanesca di letture e musica, improvvisazioni e freddure basato sull’incastro testuale, entropico e aspro, delle favole di Trilussa con i sonetti del Belli e le fantasie pirotecniche di Petrolini passando tra i racconti di vita di Pasolini. Con ironia e distacco si incontrano in questa “camminata” con i grandi maestri romani le ipocrisie e le contraddizioni di una società che sembra non mutare da un secolo all’altro…

affabulanti: Massimo Cusato, Simone Di Pascasio, Antonio Sinisi
musicante: Daniele Pittacci

info:
nienteinparole@gmail.com
teatrodeidis_occupati@libero.it

Poète…vos papiers

Bipède volupteur de lyre
Époux châtré de Polymnie
Vérolé de lune í  confire
Grand-Duc bouillon des librairies
Maroufle í  pendre í  l’hexamètre
Voyou décliné chez les Grecs
Albatros í  chaîne et í  guêtres
Cigale qui claque du bec

Poète, vos papiers!
Poète, vos papiers!

J’ai bu du Waterman et j’ai bouffé Littré
Et je repousse du goulot de la syntaxe
A faire se pâmer les précieux í  l’arrêt
La phrase m’a poussé au ventre comme un axe

J’ai fait un bail de trois six neuf aux adjectifs
Qui viennent se dorer le mou í  ma lanterne
Et j’ai joué au casino les subjonctifs
La chemise í  Claudel et les cons dits “modernes”

Syndiqué de la solitude
Museau qui dévore du couic
Sédentaire des longitudes
Phosphaté des dieux chair í  flic
Colis en souffrance í  la veine
Remords de la Légion d’honneur
Tumeur de la fonction urbaine
Don Quichotte du crève-coeur

Poète, vos papiers!
Poète, Papier!

Le dictionnaire et le porto í  découvert
Je débourre des mots í  longueur de pelure
J’ai des idées au frais de côté pour l’hiver
A rimer le bifteck avec les engelures

Cependant que Tzara enfourche le bidet
A l’auberge dada la crotte est littéraire
Le vers est libre enfin et la rime en congé
On va pouvoir poétiser le prolétaire

Spécialiste de la mistoufle
Émigrant qui pisse aux visas
Aventurier de la pantoufle
Sous la table du Nirvana
Meurt-de-faim qui plane í  la Une
Écrivain public des croquants
Anonyme qui s’entribune
A la barbe des continents

Poète, vos papiers!
Poète, documenti!

Littérature obscène inventée í  la nuit
Onanisme torché au papier de Hollande
Il y a partouze í  l’hémistiche mes amis
Et que m’importe alors Jean Genêt que tu bandes

La poétique libérée c’est du bidon
Poète prends ton vers et fous-lui une trempe
Mets-lui les fers aux pieds et la rime au balcon
Et ta muse sera sapée comme une vamp

Citoyen qui sent de la tête
Papa gâteau de l’alphabet
Maquereau de la clarinette
Graine qui pousse des gibets
Châssis rouillé sous les démences
Corridor pourri de l’ennui
Hygiéniste de la romance
Rédempteur falot des lundis

Poète, vos papiers!
Poète, sale type!

Que l’image soit rogue et l’épithète au poil
La césure sournoise certes mais correcte
Tu peux vêtir ta Muse ou la laisser í  poil
L’important est ce que ton ventre lui injecte

Ses seins oblitérés par ton verbe arlequin
Gonfleront goulûment la voile aux devantures
Solidement gainée ta lyrique putain
Tu pourras la sortir dans la Littérature

Ventre affamé qui tend l’oreille
Maraudeur aux bras déployés
Pollen au rabais pour l’abeille
Tête de mort rasée de frais
Rampant de service aux étoiles
Pouacre qui fait dans le quatrain
Masturbé qui vide sa moelle
A la devanture du coin

Poète… circulez!
Circulez poète!
Circulez!

Léo Ferré

L’inconsolabile Orfeo

Orfeo: E’ andata così. Salivamo il sentiero tra il bosco delle ombre. Erano già lontani Cocito, lo Stige, la barca, i lamenti. S’intravvedeva sulle foglie il barlume del cielo. Mi sentivo alle spalle il fruscìo del suo passo. Ma io ero ancora laggiù e avevo addosso quel freddo. Pensavo che un giorno avrei dovuto tornarci, che ciò ch’è stato sarà ancora. Pensavo alla vita con lei, com’era prima; che un’altra volta sarebbe finita. Ciò ch’è stato sarà. Pensavo a quel gelo, a quel vuoto che avevo traversato e che lei si portava nelle ossa, nel midollo, nel sangue. Valeva la pena di rivivere ancora? Ci pensai, e intravvidi il barlume del giorno. Allora dissi “Sia finita” e mi voltai. Euridice scomparve come si spegne una candela. Sentii soltanto un cigolìo, come d’un topo che si salva.

Bacca: Strane parole, Orfeo. Quasi non posso crederci. Qui si
diceva ch’eri caro agli dèi e alle muse. Molte di noi ti seguono
perché ti sanno innamorato e infelice. Eri tanto innamorato che – solo tra gli uomini – hai varcato le porte del nulla. No, non ci credo, Orfeo. Non è stata tua colpa se il destino ti ha tradito.

Orfeo: Che c’entra il destino. Il mio destino non tradisce. Ridicolo che dopo quel viaggio, dopo aver visto in faccia il nulla, io mi voltassi per errore o per capriccio.

Bacca: Qui si dice che fu per amore.

Orfeo: Non si ama chi è morto.

Bacca: Eppure hai pianto per monti e colline – l’hai cercata e chiamata – sei disceso nell’Ade. Questo cos’era?

Orfeo: Tu dici che sei come un uomo. Sappi dunque che un uomo non sa che farsi della morte. L’Euridice che ho pianto era una stagione della vita. Io cercavo ben altro laggiù che il suo amore. Cercavo un passato che Euridice non sa. L’ho capito tra i morti mentre cantavo il mio canto. Ho visto le ombre irrigidirsi e guardar vuoto, i lamenti cessare, Persefòne nascondersi il volto, lo stesso tenebroso-impassibile, Ade, protendersi come un mortale e ascoltare. Ho capito che i morti non sono più nulla.

Bacca: Il dolore ti ha stravolto, Orfeo. Chi non rivorrebbe il passato? Euridice era quasi rinata.

Orfeo: Per poi morire un’altra volta, Bacca. Per portarsi nel sangue l’orrore dell’Ade e tremare con me giorno e notte. Tu non sai cos’è il nulla.

Bacca: E così tu che cantando avevi riavuto il passato, l’hai respinto e distrutto. No, non ci posso credere.

Orfeo: Capiscimi, Bacca. Fu un vero passato soltanto nel canto. L’Ade vide se stesso soltanto ascoltandomi. Già salendo il sentiero quel passato svaniva, si faceva ricordo, sapeva di morte. Quando mi giunse il primo barlume di cielo, trasalii come un ragazzo, felice e incredulo, trasalii per me solo, per il mondo dei vivi. La stagione che avevo cercato era là in quel barlume. Non m’importò nulla di lei che mi seguiva. Il mio passato fu il chiarore, fu il canto e il mattino. E mi voltai.

Bacca: Come hai potuto rassegnarti, Orfeo? Chi ti ha visto al ritorno facevi paura. Euridice era stata per te un’esistenza.

Orfeo: Sciocchezze. Euridice morendo divenne altra cosa. Quell’Orfeo che discese nell’Ade, non era più sposo né vedovo. Il mio pianto d’allora fu come i pianti che si fanno da ragazzo e si sorride a ricordarli. La stagione è passata. Io cercavo, piangendo, non più lei ma me stesso. Un destino, se vuoi. Mi ascoltavo.

Bacca: Molte di noi ti vengon dietro perché credevano a questo tuo pianto. Tu ci hai dunque ingannate?

Orfeo: O Bacca, Bacca, non vuoi proprio capire? Il mio destino non
tradisce. Ho cercato me stesso. Non si cerca che questo.

Bacca: Qui noi siamo più semplici, Orfeo. Qui crediamo all’amore e alla morte, e piangiamo e ridiamo con tutti. Le nostre feste più gioiose sono quelle dove scorre del sangue. Noi, le donne di Tracia, non le temiamo queste cose.

Orfeo: Visto dal lato della vita tutto è bello. Ma credi a chi è stato tra i morti… Non vale la pena.

Bacca: Un tempo non eri così. Non parlavi del nulla. Accostare la morte ci fa simili agli dèi. Tu stesso insegnavi che un’ebbrezza travolge la vita e la morte e ci fa più che umani… Tu hai veduto la festa.

Orfeo: Non è il sangue ciò che conta, ragazza. Né l’ebbrezza né il sangue mi fanno impressione. Ma che cosa sia un uomo è ben difficile dirlo. Neanche tu, Bacca, lo sai.

Bacca: Senza di noi saresti nulla, Orfeo.

Orfeo: Lo dicevo e lo so. Ma poi che importa? Senza di voi sono disceso all’Ade…

Bacca: Sei disceso a cercarci.

Orfeo: Ma non vi ho trovate. Volevo tutt’altro. Che tornando alla luce ho trovato.

Bacca: Un tempo cantavi Euridice sui monti…

Orfeo: Il tempo passa, Bacca. Ci sono i monti, non c’è più Euridice. Queste cose hanno un nome, e si chiamano uomo. Invocare gli dèi della festa qui non serve.

Bacca: Anche tu li invocavi.

Orfeo: Tutto fa un uomo, nella vita. Tutto crede, nei giorni. Crede perfino che il suo sangue scorra alle volte in vene altrui. O che quello che è stato si possa disfare. Crede di rompere il destino con l’ebbrezza. Tutto questo lo so e non è nulla.

Bacca: Non sai che farti della morte, Orfeo, e il tuo pensiero è solo morte. Ci fu un tempo che la festa ci rendeva immortali.

Orfeo: E voi godetela la festa. Tutto è lecito a chi non sa ancora. E’ necessario che ciascuno scenda una volta nel suo inferno. L’orgia del mio destino è finita nell’Ade, finita cantando secondo i miei modi la vita e la morte.

Bacca: E che vuol dire che un destino non tradisce?

Orfeo: Vuol dire che è dentro di te, cosa tua; più profondo del sangue, di là da ogni ebbrezza. Nessun dio può toccarlo.

Bacca: Può darsi, Orfeo. Ma noi non cerchiamo nessuna Euridice. Com’è dunque che scendiamo all’inferno anche noi?

Orfeo: Tutte le volte che s’invoca un dio si conosce la morte. E si scende nell’Ade a strappare qualcosa, a violare un destino. Non si vince la notte, e si perde la luce. Ci si dibatte come ossessi.

Bacca: Dici cose cattive… Dunque hai perso la luce anche tu?

Orfeo: Ero quasi perduto, e cantavo. Comprendendo ho trovato me stesso.

Bacca: Vale la pena di trovarsi in questo modo? C’è una strada più semplice d’ignoranza e di gioia. Il dio è come un signore tra la vita e la morte. Ci si abbandona alla sua ebbrezza, si dilania o si vien dilaniate. Si rinasce ogni volta, e ci si sveglia come te nel giorno.

Orfeo: Non parlare di giorno, di risveglio. Pochi uomini sanno. Nessuna donna come te, sa cosa sia.

Bacca: Forse è per questo che ti seguono, le donne della Tracia. Tu sei per loro come il dio. Sei disceso dai monti. Canti versi di amore e di morte.

Orfeo: Sciocca. Con te si può parlare almeno. Forse un giorno sarai come un uomo.

Bacca: Purché prima le donne di Tracia…

Orfeo: Di’.

Bacca: Purché non sbranino il dio.

Cesare Pavese “Dialoghi con Leucò”

Entr’acte

Entr’acte (tradotto in italiano come Intervallo o Intermezzo) è un film del registra francese René Clair del 1924, considerato il migliore esempio pervenutoci di cinema dadaista ed una delle opere più significative delle avanguardie francesi nel cinema.

Trama

Si tratta di un film di sole immagini, che si compongono e scompongono creando una sorta di balletto visivo, all’insegna della gioia di vivere e di guardare.

All’inizio un cannone punta minaccioso sulla città di Parigi. Arrivano due personaggi (Satie e Picabia) che lo caricano e sparano, iniziando un rutilare di immagini. Tra queste si vedono Marcel Duchamp e Man Ray giocare a scacchi su una terrazza, finché non appare una piazza di Parigi al centro della scacchiera (Place Vendôme) e un getto d’acqua, come pioggia sulla piazza, rovescia la scacchiera. Inizia allora una serie di reazioni a catena apparentemente illogiche (o forse legate da una logica più profonda, più o meno conscia): una ballerina inquadrata dal basso (che si scopre poi essere barbuta); fantocci in treno con la testa fatta da un palloncino che si gonfia, pugili sullo sfondo di place de l’Opéra; fiammiferi che si muovono (tecnica dello scatto singolo), sullo sfondo di una testa capelluta (sovrimpressione), poi si infiammano e l’uomo si gratta la testa; le colonne di un edificio che riprese in più angolazioni; una barchetta di carta che “vola” sui tetti di Parigi; occhi rovesciati sullo sfondo del mare; un uovo bagnato da uno spruzzo d’acqua; un cacciatore in abiti tirolesi che mira all’uovo puntando il fucile in camera, diretto contro lo spettatore, poi centra l’uovo, nel frattempo sdoppiato e moltiplicato, e fa uscire un colombo, che gli si poggia sul cappello; un altro cacciatore allora mira allora al tirolese, che cade giù dal tetto.

Nel frattempo l’uovo è ritornato integro e sta per partire un funerale. I partecipanti escono dalla chiesa con le ghirlande di fiori al collo e si mettono dietro al carro funebre, al quale è legato un dromedario. Il carro è adornato da ghirlande di pane e gli invitati si mettono a staccerne pezzi e mangiarli. Il corteo funebre parte con un celebri ralenti del corteo in corsa (nel corteo ci sono molti degli artisti parigini dell’epoca, tra cui Duchamp nelle vesti femminili di Rrose Selavy). Il carro funebre prende una discesa e accelera sempre di più, mentre il corteo funebre diventa una corsa sempre più sfrenata. In un crescendo di frenesia, acuita dal montaggio incalzante (che mischia il corteo con scene di corse automobilistiche, montagne russe e traffico cittadino), la bara si stacca e rotola via, finendo in un prato.

Tutti si recano allora attorno al catafalco che si apre e, nella sopresa generale, ne esce un prestigiatore, che è lo stesso cacciatore ma con abiti diversi. Egli allora fa sparire intanto la bara, poi uno a uno tutti i presenti, finché non rivolge la bacchetta contro sé stesso e sparisce.

La scena finale è un cartellone con la scritta fine, dove irrompe strappandolo uno dei cannonieri della scena iniziale; poi un calcio lo fa tornare indietro e si vede la scena riavvolgersi e la scritta ritornare integra.

Manifesto del Dadaismo (1918)

Per lanciare un manifesto bisogna volere: A, B, C, scagliare invettive contro 1, 2, 3, eccitarsi e aguzzare le ali per conquistare e diffonder grandi e piccole a, b, c, firmare, gridare, bestemmiare, imprimere alla propria prosa l’accento dell’ovvietà assoluta, irrifiutabile, dimostrare il proprio non-plus-ultra e sostenere che la novità somiglia alla vita tanto quanto l’ultima apparizione di una cocotte dimostri l’essenza di Dio.
Scrivo un manifesto e non voglio niente, eppure certe cose le dico, e sono per principio contro i manifesti, come del resto sono contro i principi (misurini per il valore morale di qualunque frase). Scrivo questo manifesto per provare che si possono fare contemporaneamente azioni contradittorie, in un unico refrigerante respiro; sono contro l’azione, per la contraddizione continua e anche per l’affermazione, non sono nè favorevole nè contrario e non dò spiegazioni perchè detesto il buon senso.
DADA non significa nulla.
Se lo si giustifica futile e non si vuol perdere tempo per una parola che non significa nulla. Il primo pensiero che ronza in questi cervelli è di ordine batteriologico: trovare l’origine etimologica, storica, o per lo meno psicologica. Si viene a sapere dai giornali che i negri Kru chiamano la coda di una vacca sacra DADA. Il cubo e la madre di non so quale regione italiana: DADA. Il cavallo a dondolo, la balia, doppia conferma russa e romena: DADA . Alcuni giornalisti eruditi ci vedono un arte per i neonati, per latri santoni, versione attuale di Gesùcheparlaaifanciulli, è il ritorno ad un primitivismo arido e chiassoso, chiassoso e monotono. Non si può costruire tutta la sensibilità su una parola, ogni costruzione converge nella perfezione che annoia, idea stagnante di una palude dorata, prodotto umano relativo.
L’opera d’arte non deve rappresentare la bellezza che è morta. Un’opera d’arte non è mai bella per decreto legge, obiettivamente, all’unanimità. La critica è inutile, non può esistere che soggettivamente, ciascuno la sua, e senza alcun carattere di universalità. Si crede forse di aver trovato una base psichica comune a tutta l’umanità? Come si può far ordine nel caos di questa informa entità infinitamente variabile: l’uomo? Parlo sempre di me perchè non voglio convincere nessuno, non ho il diritto di trascinare gli altri nella mia corrente, non costringo nessuno a seguirmi e ciascuno si fa l’arte che gli pare.
Così nacque DADA da un bisogno d’indipendenza. Quelli che dipendono da noi restano liberi. Noi non ci basiamo su nessuna teoria. Ne abbiamo abbastanza delle accademie cubiste e futuriste: laboratori di idee formali: Forse che l’arte si fa per soldi e per lisciare il pelo dei nostri cari borghesi? Le rime hanno il suono delle monete. Il ritmo segue e il ritmo della pancia vista di profilo.
Tutti i gruppi di artisti sono finiti in banca, cavalcando differenti comete. Una porta aperta ha la possibilità di crogiolarsi nel caldo dei cuscini e nel cibo. Il pittore nuovo crea un mondo i cui elementi sono i suoi stessi mezzi, un’opera sobria e precisa, senza oggetto. L’artista nuovo si ribella: non dipinge più (riproduzione simbolica e illusionistica) ma crea direttamente con la pietra, il legno, il ferro, lo stagno, macigni, organismi, locomotive che si possono voltare da tutte le parti, secondo il vento limpido della sensazione del momento.
Qualunque opera pittorica o plastica è inutile; che almeno sia un mostro capace di spaventare gli spiriti servili, e non la decorazione sdolcinata dei refettori degli animali travestiti da uomini, illustrazioni della squallida favola dell’umanità .Un quadro è l’arte di fare incontrare due linee, parallele per constatazione geometrica, su una tela, davanti ai nostri occhi, secondo la realtà di un mondo basato su altre condizioni e possibilità. Questo mondo non è specificato, nè definito nell’opera, appartiene alle sue innumerevoli variazioni allo spettatore.
La spontaneità dadaista.
L’arte è una cosa privata. L’artista lo fa per se stesso. L’artista, il poeta, apprezza il veleno della massa che si condensa nel caporeparto di questa industria. E’ felice quando si sente ingiuriato: una prova della sua incoerenza. Abbiamo bisogno di opere forti, dirette e imcomprese, una volta per tutte. La logica è una complicazione. La logica è sempre falsa. Tutti gli uomini gridano: c’è un gran lavoro distruttivo, negativo da compiere: spazzare, pulire. Senza scopo nè progetto alcuno, senza organizzazione: la follia indomabile, la decomposizione. Qualsiasi prodotto del disgusto suscettibile di trasformarsi in negazione della famiglia è DADA; protesta a suon di pugni di tutto il proprio essere teso nell’azione distruttiva: DADA; presa di coscienza di tutti i mezzi repressi fin’ora dal senso pudibondo del comodo compromesso e della buona educazione: DADA ; abolizione della logica; belletto degli impotenti della creazione: DADA ; di ogni gerarchia ed equazione sociale di valori stabiliti dai servi che bazzicano tra noi: DADA ; ogni oggetto, tutti gli oggetti, i sentimenti e il buoi, le apparizioni e lo scontro inequivocabile delle linee parallele sono armi per la lotta: DADA ; abolizione della memoria: DADA ; abolizione dell’archeologia: DADA ; abolizione dei profeti: DADA ; abolizione del futuro: DADA ; fede assoluta irrefutabile inogni Dio che sia il prodotto immediato della spontaneità: DADA .”
Tristan Tzara

Spiritual

Viola

Viola / film-studio

Sull’Amatorialità

Non c’è necessità di raccontare storie. C’è necessità di vivere e vivere storie fuori dagli eventi: lo spettacoloè la vita , non un film).

Non c’è necessità, al cinema, di emozionare. L’emozione va cercata nel vivere, nell’incontrare e nello scambiarsi. Il pubblico non può pretendere di ricevere. Siamo in un epoca in cui l’urgenza è l’autoresponsabilizzazione. Aspettare che succeda qualcosa. Qualcosa che arrivi dalla verosimiglianza ad/da una realtà non reale. Aspettare che succeda qualcosa da un film significa che la realtà è scomparsa. Sostituita dal virtuale. Cerchiamo il cielo e ci dimentichiamo che conviviamo tutti sulla stessa terra, come animali.

L’amatoriale si dona, non per regalare un’emozione, ma piuttosto per far pensare, per pensare insieme o meglio per smuovere e far agire.

L’amatoriale è dentro la natura e fuori dal sistema, disadattato e inaguato. L’urgenza è quella di non recitare, di essere. Di mostrare il meccanismo e non l’effetto. Tutto ciò che è finto sarà ancora più finto, ciò che è verosimile scompare. l’estetica amatoriale è la non-estetica. L’essere e non il sembrare (di essere).

I film-studio dal 2006 al 2008 esprimono l’urgenza all’incontro, che può anche essere scontro, ma sicuramente non sono delle operazioni fine a se stesse oppure film dalle facili emozioni, dove chi è dentro assume gli stessi rischi di chi guarda.

I film-studio non parlano. Muti segnano una lingua propria oppure sono non-lingua. I film-studio sono film d’amore, fatti da chi ama. per chi ama.

[A*]

Jacques Tati: citazioni

  • Io ho sempre raccomandato ai miei due figli: «Non squadrate la gente, ma osservatela.» [...] Osservare gli altri serve a migliorare i rapporti umani.
  • La vita è un grande spettacolo, dice il signor Hulot: basta avere occhi per osservare.

    Playtime

Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.